CON CRISTO SIAMO PIU’ CHE VINCITORI

La riflessione di Don Stefano per questa V domenica di Quaresima.

La liturgia di questa domenica ci prepara al mistero pasquale di Gesù, ormai imminente, parlandoci di vittoria sulla morte. In effetti il mistero pasquale di Gesù è un mister di morte e risurrezione, cioè di morte che vince la morte. Siamo invitati ad entrare in questo mistero con la speranza della vittoria sulla morte.

Già la prima lettura è una promessa di risurrezione. Ezechiele dichiara, a nome di Dio, che ci sarà la risurrezione: “Così dice il Signore Dio: Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel paese di Israele”.

In realtà con queste parole il profeta non alludeva propriamente alla risurrezione, ma al ritorno dall’esilio, a una nuova vita per il popolo di Dio, vita che era resa possibile dallo Spirito di Dio: “Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete: vi farò riposare nel vostro paese”.

Invece la seconda lettura parla chiaramente di vittoria sulla morte. Paolo afferma che noi non siamo più sotto il dominio della carne, ma dello Spirito e lo Spirito di Dio è uno Spirito che ci risuscita, che ci fa vivere una vita nuova: una vita che ci è già stata data nel momento del Battesimo, ma che si svilupperà pienamente con la risurrezione dai morti alla fine dei tempi.

Afferma Paolo: “Se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi”.

L’episodio del Vangelo ci mostra che Gesù è capace d comunicare una vita nuova, di vincere la morte. Anzi, egli stesso, parlando a Marta, si definisce come “la risurrezione”: “Io sono la risurrezione e la vita”.              In questo brano possiamo ammirare diversi aspetti.

 Innanzitutto notiamo la docilità di Gesù all’ispirazione divina. Un suo amico, Lazzaro di Betania, è malato; le due sorelle, Marta e Maria, lo mandano ad avvisare e a dirgli: “Signore, ecco il tuo amico è malato”. Così gli suggeriscono discretamente di venire.

Ma, invece di andare subito a guarire l’amico malato, Gesù si trattiene ancora due giorni nel luogo in cui si trova, al di là del Giordano. Perché? Perché ha capito che il Padre celeste non vuole che egli vada subito a guarire l’amico, come sarebbe suo desiderio spontaneo. Questo perché Dio vuole una vittoria più chiara, più decisiva sulla malattia e sulla morte stessa.

Solo dopo due giorni Gesù si mette in cammino per andare a Betania, e dice ai discepoli: “Il nostro amico Lazzaro si è addormentato; ma io vado a svegliarlo”. Gesù parla propriamente del riposo della morte, e non di quello del sonno; ma i discepoli non capiscono. Allora egli dice apertamente: “Lazzaro è morto”. La morte di Lazzaro costituisce per Gesù un grande dolore, che egli ha accettato per docilità al disegno del Padre e con la certezza di riportare una vittoria più importante e più rivelatrice anche della sua missione. In realtà, andando di nuovo a Betania, Gesù stesso si espone alla morte, perché i giudei cercano di arrestarlo e di farlo morire. Quindi, andando a risuscitare il suo amico, corre un rischio molto grande. La risurrezione che Gesù ci comunica gli è costata molto caro. Per poterci comunicare la vittoria sulla morte, egli ha dovuto affrontare la morte e vincerla con la propria morte. Ha accettato il sacrificio della propria vita con immenso amore, così che la sua morte fosse una vittoria sulla morte.

La seconda cosa che possiamo notare in questo episodio è l’atteggiamento di fede da parte di Marta. Quando Gesù arriva, ella gli viene incontro e gli dice: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”. Già queste parole sono un’espressione di fede nella capacità di Gesù di guarire i malati. Marta però aggiunge subito un’affermazione ancora più forte di fede: “Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà”. E’ bello vedere questa fede così viva di Marta in Gesù. In circostanze dolorose è difficile conservare una fede viva: facilmente ci scoraggiamo, non pensiamo più al positivo, siamo schiacciati dalla tristezza … Invece, come Marta, dovremmo sempre rivolgerci verso la luce, verso la vita, verso la vittoria divina. Marta ha questa fiducia e dice a Gesù: Anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà”. Ha una fiducia completa nell’unione di Gesù con il Padre, e quindi crede che Gesù sarà esaudito dal Padre. Gesù allora le dice: “Tuo fratello risusciterà”. Come molti ebrei di quel tempo, Marta crede alla risurrezione dei morti alla fine dei tempi; perciò risponde: “So che risusciterà nell’ultimo giorno”. Ma Gesù non intende parlare della risurrezione finale, ma di una risurrezione molto vicina, che avverrà in quello stesso giorno. E’ lui stesso che si definisce: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno”. Gesù è risurrezione e vita : vita nuova, vita divina, vita che si comunica. Chi crede in lui riceve, per mezzo della fede, questa vita nuova, che continua anche dopo la morte. Dopo la morte, egli continua a vivere in comunione con Dio. E noi sappiamo che i nostri defunti vivono in comunione con Dio anche dopo la morte. Afferma Gesù: “Chiunque vive e crede in me non morrà in eterno”. Gesù è sorgente di vita, comunica una vita nuova, fa risorgere, ci assicura la vita eterna. “Credi tu questo?” dice a Marta. E Marta gli risponde con una bellissima professione di fede: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che viene nel mondo”. La professione di fede di Marta è simile a quella di Pietro. In effetti Marta e Pietro nei Vangeli hanno un temperamento simile: sono persone spontanee, generose e docili a Dio. Pietro aveva detto: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” Matteo 16,16). E Marta similmente dice: “Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che viene nel modo”.

Marta va a chiamare Maria, che ripete a Gesù le stesse parole della sorella: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”. Maria ha un temperamento molto affettivo, sensibile, e piange. Anche i giudei che sono venuti con lei piangono. E Gesù stesso si commuove profondamente e piange. La morte è sempre un evento tragico, doloroso, rappresentando per l’uomo una rottura tremenda delle sue relazioni. Gesù ci compatisce nel nostro dolore per la morte, e questo è per noi un motivo di grande consolazione.

Poi viene il momento del miracolo. Gesù si fa condurre al luogo del sepolcro. E’ un sepolcro come quello che si usavano in quel tempo in quella regione: non un sepolcro scavato nella terra, ma una specie di grotta in cui vene deposta la salma e contro la quale viene posta una grossa pietra. Gesù ordina: “Togliete la pietra”. E Marta fa un’osservazione di buon senso: “Già manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni”. Ma Gesù replica con decisione: “Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?”. Viene tolta la pietra. Gesù allora fa una preghiera completamente inaspettata in questo contesto di dolore e di lutto: “Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato”. Egli è così certo di essere ascoltato dal Padre che lo ringrazia ancor prima del miracolo. Poi chiarisce: “Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato”. Il miracolo ha come scopo quello di suscitare la fede in Gesù, che è risurrezione e vita, la fede nel potere di Gesù di vincere la morte. Ora Gesù grida a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. E il morto esce, con i piedi e le mani avvolte in bende, e il volto circondato da un sudario. E’ un evento veramente meraviglioso, una vittoria straordinaria sulla morte. Gesù dice: “Scioglietelo e lasciatelo andare”. Il miracolo è avvenuto; la vittoria di Gesù sulla morte è stata ottenuta; la potenza di vita di Gesù si è rivelata. E noi possiamo accogliere con tutto l’ardore del nostro cuore questa verità: Gesù è risurrezione e vita.

Non dobbiamo però dimenticare che Gesù ha vinto la morte andando incontro alla morte. L’ha superata con la forza dell’amore. Ha consegnato la propria vita con amore a una morte crudele, e così ha ottenuto per se stesso, e poi anche per noi, la risurrezione definitiva. Si capisce allora che molti dei giudei che erano venuti da Maria, alla vista di questo evento, credono in Gesù. 

Questo miracolo suscita anche in noi una grande fede e una grande gioia. Sappiamo che Gesù è il vincitore della morte, e che la vince anche per noi. Uniti a lui, non dobbiamo temere la morte, perché essa non ha più nessun potere decisivo su di noi. Essa per noi è soltanto un passaggio verso la vita eterna. La morte è vinta dall’amore. Quindi anche noi siamo invitati a offrire la nostra vita, con una grande speranza nel cuore. Nel momento della morte, dobbiamo essere consapevoli che il nostro Salvatore è vivo. Dobbiamo accogliere la morte senza paura, con un grande desiderio di unione al mistero pasquale di Cristo. Per i nostri defunti abbiamo questa certezza: Cristo è vincitore della morte e li associa alla sua vita di Risorto. Egli dice: “Chi crede in me, anche se muore, vivrà”. Questo Vangelo è un grande aiuto per la nostra fede e per tutta la nostra vita cristiana. Sappiamo che Gesù ci dà sin d’ora una vita nuova, che è una vita nella fede, nella speranza e nell’amore. La dobbiamo accogliere con generosità, con fiducia e con gratitudine a Dio. Viviamo in una situazione in cui non mancano sofferenze e prove, ma la nostra speranza è molto più forte di qualsiasi sofferenza e di qualsiasi prova. Dice Paolo: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo?”. Poi elenca ostacoli tremendi: “Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?”. E conclude: “Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati” (Romani 8, 35-37).

Questo è l’insegnamento del Vangelo di oggi: con Cristo siamo più che vincitori; possiamo andare avanti con fiducia, con speranza, con la certezza di essere associati alla vittoria di Cristo.

Parrocchie di San Biagio e San Pietro – Cento L’ACQUA VIVA

Commento al Vangelo 15 Marzo 2020

Il Vangelo di questa III^ domenica di Quaresima è chiaramente la storia di un incontro. Un incontro avvenuto al pozzo di Sicar, tra due persone che, a prima vista, sono molto lontane tra di loro. Che cos’hanno in comune quest’uomo che viene da Nazaret e percorre i villaggi portando un lieto annuncio e quella donna dalla vita piuttosto tumultuosa? Che intesa ci può essere tra un ebreo autentico, educato secondo la tradizione dei padri, ed una samaritana che risulta per molti aspetti estranea ai luoghi e alle parole con cui si manifesta la fede di Israele? A separarli non è solo la loro storia personale, ma anche la ruggine che esiste tra i rispettivi popoli, il fatto che sono un uomo e una donna soggetti alle regole dell’epoca …
Eppure l’imprevedibile accade e la Samaritana finisce col riconoscere che quello che ha davanti non è solo un maestro, un profeta, ma il Salvatore! Il Vangelo di questa domenica riguarda ognuno di noi perché ci interpella sui nostri bisogni più autentici, come la Samaritana che grazie a Cristo comprese di avere bisogno di “un’acqua viva” che solo quel Giudeo era in grado di darle. Sembra che la parola crisi in cinese contenga il significato di opportunità, oltre a quello universalmente riconosciuto di pericolo. Un pericolo che può diventare un’opportunità.

Il coronavirus può diventare un’opportunità, perché ci obbliga ad un nuovo stile di vita. Viviamo un tempo strano, dominato dalla paura per un nemico invisibile. Ma il coronavirus può diventare una lezione sul senso della vita se riusciamo a cogliervi l’appello a un vivere insieme in cui coniugare l’amore di sé e l’amore dell’altro, ad abitare la Terra come la nostra Casa. Dice Papa Francesco che “uno dei fenomeni che segna la cultura attuale è la chiusura degli orizzonti trascendenti, il ripiegamento su se stessi, l’attaccamento quasi esclusivo al presente”. Il nostro mondo assomiglia ad un banchetto triste, dove la pancia è satolla ma la mente è vuota. Il Vangelo di questa domenica ci invita ad andare oltre le apparenze, alla ricerca dei nostri veri bisogni, che sono quelli dell’anima. Dice un proverbio tuareg: “Dio ha creato un paese pieno di acqua perché gli uomini possano vivere e un paese senz’acqua perché gli uomini abbiano sete, e ha creato il deserto: un paese con e senz’acqua, perché gli uomini trovino la loro anima”. Il Vangelo di questa domenica riguarda ognuno di noi perché riguarda la storia del nostro incontro con Cristo. Anche a noi è accaduto, un giorno, di fermarci al pozzo di Sicar, un luogo del tutto abituale della nostra esistenza, legato alle nostre necessità. E lì abbiamo incontrato Qualcuno che, all’apparenza, sembrava più uno che attendeva aiuto che uno in grado di fornirlo, più un povero che domanda che un ricco che offre e dona. Eppure proprio da lì, dalle sue parole, qualcosa si è destato nel profondo del nostro animo. Ascoltandolo, abbiamo avvertito farsi strada in noi un desiderio sconosciuto, che non coincideva con i desideri di sempre: non l’acqua dei pozzi che scavano gli uomini che sono soggetti alle calamità e all’inquinamento, un’acqua che non disseta, ma un’acqua diversa, “acqua viva”, capace di colmare la sete di vita, di amore, di tenerezza e di misericordia che ognuno si porta dentro e si è accresciuto in noi il desiderio di un’esistenza abitata per sempre dalla bontà e dalla pienezza di vita! e si è accresciuto in noi il desiderio di un’esistenza abitata per sempre dalla bontà e dalla pienezza . Ascoltandolo, ci siamo sentiti leggere dentro. Zone oscure del nostro passato, anfratti della nostra storia, regioni che in parte volevamo nascondere alla nostra coscienza sono emerse alla luce. Abbiamo provato più un senso di liberazione, che di vergogna. Forse perché le parole che scavavano dentro di noi non recavano la durezza impietosa del giudice, ma la delicatezza e la compassione di chi ci amava veramente. Ascoltandolo abbiamo imparato a discernere ciò che è autentico, ad andare all’essenziale.

Il Vangelo di questa domenica ci ha fatto intravedere l’opportunità di un nuovo rapporto con Dio da adorare “in spirito e verità”. Il coronavirus ci ha imposto la limitazione del darsi la mano, che per noi era segno di vita, di vicinanza, di accoglienza, di riconciliazione. Il darsi la mano è un contatto non solo dei corpi, ma anche delle anime. “Non toccatevi, il virus potrebbe insinuarsi nelle pieghe del vostro contatto” ci si raccomanda. Questa limitazione può diventare l’opportunità per riscoprire la centralità del guardarsi. Adorare Dio “in spirito e verità”: contemplare il volto di Dio rivelatosi nel Volto umano di Cristo! Contemplare il volto dell’altro, come il volto di un fratello non da allontanare, ma da accogliere! Solo tu, Signore, puoi donarmi quest’acqua viva che corrisponde alla mia sete di infinito.


Don Stefano

Parrocchie di San Biagio e San Pietro di Cento “ALZATEVI E CAMMINATE”

Commento al Vangelo 8 Marzo 2020

Il Vangelo di questa seconda domenica di Quaresima è molto illuminante. Siamo sul Tabor. Davanti ai tre apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni è apparsa la visione del Signore trasfigurato. Un’atmosfera di gloria e di indicibile pace è calata sul monte e li avvolge tutti. Per i tre apostoli, reduci da fatiche, dubbi e contrasti, è come sentirsi improvvisamente dentro un porto tranquillo dopo la tempesta: “E’ bello per noi stare qui…”.


Vogliono fermarsi; pensano già concretamente a come realizzare il progetto: “Facciamo tre tende…”. Ma ecco che Gesù si alza, li scuote e dice loro: “Alzatevi!” e, senza fiatare, anche se a malincuore, si avviano al piano, dove trovano la folla e gli altri apostoli, dove ritrovano la fatica, il dubbio e il contrasto.
Questo momento del Vangelo illumina un’esperienza di tanti, di tutti, sia a livello personale che a livello sociale. Arriva il momento che nell’esistenza di una persona, di una famiglia o di una società si stabilisce una certa calma, o addirittura la felicità. Le difficoltà si sono appianate, ci si intende, si è contenti del proprio lavoro, dei propri figli; la vita appare bella e piena di promesse per l’avvenire. Ci sembra di essere finalmente sul Tabor. La spinta ad adagiarci in questa situazione è irresistibile. Vorremmo non sentire più parlare di dolore, di lutti intorno a noi; vorremmo andare avanti così all’indefinito. E’ bello stare qui!


Qualche volta il Signore, nei suoi piani, lascia l’uomo o le società per parecchio tempo o per sempre in questo porto tranquillo. Gli occorre che ci siano anche segni di questo tipo nel mondo. Ma è l’eccezione. Il più delle volte, ci viene vicino, ci scuote e dice anche a noi: Alzati! E ci ributta così nel vortice della vita, tra pene, contraddizioni, contrasti e malattie. Uno è costretto a fare salti mortali per far quadrare il bilancio familiare, uno si trascina, da un ospedale all’altro, al capezzale di un congiunto, uno è tradito nell’affetto,
uno è avvolto dal buio dell’incertezza, uno è paralizzato dalla paura per un contagio da virus, uno è provocato dall’immigrazione …
E’ il destino di ogni uomo, di tutti gli uomini. La differenza sta nell’atteggiamento che l’uomo assume di fronte a questa esperienza, nello spirito con cui la vive, dalla risposta che si dà a quell’ “Alzati e cammina!” che il Signore ci rivolge.
Cammina dove? Verso l’altro. Sarebbe devastante un ragionamento di questo tipo: se voglio star bene ed essere sicuro devo indossare una mascherina e guardarmi dal contatto con l’estraneo. Il coronavirus sembra essere diventato oggi anche un sintomo (o un simbolo) di una più generale condizione di paura che ci portiamo dentro. Un recente sondaggio ha messo in luce quanto gli italiani avvertano paura. Quali paure?
Solo un dato esemplare: il 72% teme che i propri figli non riescano ad avere uno standard di vita decente e il 58% che non riescano a costruirsi una famiglia. La paura del futuro: questo è oggi il virus dell’anima. Il primo effetto del contagio da virus della paura è l’anima arida, la desolazione. Il primo compito di un cattolico è, innanzitutto, la lotta all’inaridimento, alla chiusura, all’autoreferenzialità dei singoli come delle società. Viviamo pieni di sospetti verso l’altro per affermare, si dice, la nostra identità. Una specifica forma virale di paura è il nazionalismo. Ma il cattolicesimo possiede gli anticorpi per debellare questo virus. La parola “cattolico” vuol dire “universale”: “Cattolico vuol dire universale, non razzistico, non nazionalistico, non separatistico. Queste ideologie non sono cristiane, ma finiscono con il non essere neppure umane”
(Papa Pio XI, Agli Assistenti ecclesiastici dell’Azione Cattolica, anno 1938).
“Alzatevi e camminate” dice a noi oggi il Signore e fatevi carico delle attese, delle paure, dei cambiamenti e dei problemi della gente che vi interpellano ad agire.

“Alzatevi e non temete”.

Don Stefano